Archivio per settembre, 2008

Candids

Posted in Uncategorized with tags , on 18 settembre, 2008 by solidtom
Due brutti ceffi

Due brutti ceffi

Il tavolo da gioco

Il tavolo da gioco

Druid’s Grove

Posted in Cronache, Racconti with tags , , on 9 settembre, 2008 by solidtom

E’ ormai quasi mezzodì all’ombra verdeggiante della Grande Foresta.
Il freddo mattutino ha lasciato il posto ad una umida frescura. Lame di luce attraversano la volta degli alberi, altissima come una navata di una cattedrale lussureggiante e irraggiungibile, disegnando mosaici strani sul terreno coperto di foglie morte ed enormi radici.
Il silenzio della foresta è solo apparente, animato da mille fruscii.

Sylar e Gandrell seguono dappresso Ranulf, che segue a sua volta il segugio Tarcil.
Hanno lasciato il villaggio di taglialegna all’alba e stanno camminando ormai da sei ore. Hanno seguito il sentiero, laddove era visibile, anche se non più largo di una minuscola traccia che spartisce la selva. E dove esso scompariva, inghiottito dalla vegetazione, hanno seguito il fiuto del cane Tarcil. Ranulf ha detto loro che il segugio appartiene a Scarloc il Giovane, l’uomo che stanno cercando. L’ultimo uomo che ha probabilmente visto Maristarre, e l’ha accompagnata nella sua esplorazione della Grande Foresta.

Puntano al villaggio di Elfi Verdi di Druid’s Grove, luogo natale di Scarloc e ultimo avamposto di civiltà, per quanto inospitale, prima delle profondità più selvagge e inaccessibili della foresta. Lì forse hanno ancora speranza di trovare tracce della giovane maga e informazioni sulla sua “ricerca”, che appare ogni giorno più misteriosa ed esoterica.

Ranulf ad un certo punto si volge verso il gruppo. Il cane Tarcil ha appena attraversato di slancio il muro apparentemente impenetrabile di vegetazione di fronte a loro, come avesse annusato qualcosa di familiare.
“Ci siamo quasi! Il cane ha ritrovato il sentiero! Dovremmo essere ormai vicini a…”

ettercap

Non fa in tempo a terminare la frase.
Dall’alto delle cime degli alberi e dal fitto della vegetazione intorno a loro, si odono fruscìi minacciosi. Di colpo, un getto di una strana sostanza filamentosa colpisce da due diversi lati Ranulf, in testa alla fila, gettandolo al suolo e incollandolo come una gigantesca ragnatela. Sylar e Gandrell un istante dopo sono sotto tiro: dai fianchi e dall’alto qualcosa li attacca con lo stesso getto di tela viscosa. Solo grazie ai propri riflessi riescono a non rimanere completamente intrappolati, ma sono comunque circondati da filamenti appiccicosi che li bloccano in uno spazio angusto. Un agguato in piena regola. Ma da parte di chi, o che cosa?
La risposta non si fa attendere: dal fitto della vegetazione e dalla cima di una radice aerea si fanno avanti una mezza dozzina di orride creature. L’aspetto è solo vagamente antropomordo, un grottesco incrocio fra uomo e ragno: il corpo è gonfio e molle, le lunghe braccia terminano con chele chitinose, e la testa è quella di una specie di ragno gigante, con quattro coppie di occhi neri e rotondi, vuoti e crudeli che fissano le prede con brama ferina. Ettercaps! Le mostruose aberrazioni, nate leggenda vuole da antichi druidi corrotti adoratori dei ragni che attraverso orrendi esperimenti si sono incrociati con le creature da loro tanto adorate fino a divenire degli ibridi senza più quasi alcuna traccia di umanità, orrendi abitatori delle foreste più fitte.

Subito Gandrell si rende conto che due di essi sono vicinissimi alui e lo ghermiranno in un attimo se non si difende in qualche modo. Ma è intrappolato nella ragnatela, e non può fuggire. Rapidamente, dal suo repertorio magico richiama una formula elementale, e lancia l’incantesimo senza preparazione, sperando nella propria abilità e buona sorte. La Trama è con lui oggi: l’incantesimo sortisce l’effetto sperato. Davanti alle sue mani, fra lui e i suoi assalitori, si eleva una parete di densa aria in movimento, che ulula e fruscia come un turbine di vento nella foresta, sollevando foglie e scheggie di legno. Gli ettercap provano a raggiungerlo attraverso il murovento, ma vengono respinti indietro dalla forza del turbine. Gandrell per ora è in salvo, ma i suoi assalitori presto tenteranno di aggirarlo.

Frattanto, alle sue spalle, Sylar ha estratto le armi e si appresta ad affrontare i mostruosi assalitori. Non ha paura di abomini del genere: ceresciuto fra i drow, conosce incroci magici ancora più aberranti e pericolosi, come i drider. Ma sa di essere in svantaggio tattico: solo contro due e parzialmente immobilizzato. Tuttavia, il primo avversario che si lancia su di lui non ha fatto i conti con il filo delle sue lame. Un primo fendent ben assestato subito spilla dalla gamba della grottesca creatura un icore nerastro e nauseabondo. L’ettercap vacilla sotto il colpo piegandosi e la sua esitazione gli è fatale: la spada sinistra di Sylar si conficca a fondo nella sua molle testa, aprendola come un melone marcio e rovesciandone l’orrendo contenuto al suolo.
Gandrell nel contempo ha colpito ripetutamente uno degli assalitori col suo bastone, ferendolo leggermente: questi hanno capito che devono aggirarlo per poter superare la barriera magica. Ranulf, invece, è al suolo, immobile. Su di lui, due delle orrende bestie, che sembra stiano già pasteggiando del suo cadavere. Il pover’uomo non meritava tale orrida fine.

Il secondo mostro ha capito già che Sylar è un avversario troppo forte, e prova a disimpegnarsi, gettando di nuovo il suo icore appiccicoso verso il tronco e le braccia del mezzodrow. Ma stavolta Sylar si aspettava l’attacco, e lo schiva agilmente. Contemporaneamente, si libera definitivamente dei filamenti che lo tenevano ancorato al suolo e balaza in avanti. L’ettercap tenta una precipitosa e goffa fuga, voltando le spalle al nemico. Ma la sua codardia non lo salva dalle spade di Sylar, che lo spacciano prima che abbia percorso pochi passi.
Ora Sylar e Gandrell sono di nuovo uniti, spalla a spalla, pronti a dare battaglia ai restanti avversari.

Gandrell sospende il murovento, permettendo a Sylar di scavalcare il tronco d’albero caduto di fronte a loro e gettarsi verso gli ettercap che stanno straziando il povero Ranulf. I mostri troppo tardi si accorgono che il mezzodrow è su di loro. Uno dei due cade al suolo perdendo sangue copioso da un profondo squarcio nel ventre enfiato. L’altro si prepara a dar battaglia.

Ma in quello stesso momento, una mezza dozzina di frecce piumate di bianco si infilano in prodondità nel suo corpo, trafiggendolo al torace, all’addome, e in mezzo agli occhi. L’ettercap cade esanime al suolo con un tonfo sordo.
“Fermi dove siete!” Intima immediatamente una voce in elfico, apparentemente proferita dalle fronde impenetrabili di un’albero davanti a Sylar.

Gandrell raggiunge subito Sylar. In quello stesso istante, con appena un fruscio, dalla vegetazione emergono alcuni cacciatori elfi. Bassi di statura ma non per questo meno minacciosi, con i volti dipinti di color verde e nero e i mantelli mimetici coperti di foglie e sterpi, sono invisibili come ombre nel bosco.
“Veniamo in pace!” Si affretta subito a rassicularli Gandrell, in elfico. “Questo nostro compagno è ferito, ha bisogno di cure immediate. E noi cerchiamo il villaggio di Durid’s Grove, e un uomo di nome Scarloc…”
Il capo del piccolo gruppo di ranger si fa avanti.
“Fermi e giù le armi! I forestieri non sono graditi qui.”
“I nostri nomi sono Gandrell e Sylar. E costui è Ranulf. Conosce di persona l’uomo di nome Scarloc e…”
“Silenzio! Abbassate le armi e seguiteci! E non tentate la fuga: i nostri archi sono precisi.”

Gandrell si volge verso Sylar, già immaginando la reazione del mezzodrow. Costui si è istintivamente coperto il volto col cappuccio per mascherare almeno in parte la propria natura, ma Gandrell sente distintamente il rumore dei denti serrati dello spadaccino che stridono gli uni contro gli altri.
“Calmo, Sylar. Ci conviene seguirli…”
“Non alimentiamo altre polemiche: se mi sento ancora una volta dare ordini e azzittire da quell’elfo, sarò costretto a fargli rimpiangere il giorno che ha visto la luce…”
“Capito. Bene così. Seguiamoli.”
Sylar carica in spalla il corpo esanime di Ranulf, il cui colorito terreo non lascia presagire nulla di buono, e si incammina dietro Gandrell. Alcuni elfi li precedono, altri li seguono e altri ancora sono appena visibili ai lati della vegetazione.

Druid's Grove

Il villaggio era invero molto più vicino di quanto avessero immaginato: una vera sfortuna essere attaccati a meno di venti minuti di marcia dalla fine del sentiero.
L’ultimo tratto del percorso, il sentiero stesso si apre su una vegetazione diversa. Dietro i cespugli apparentemente impenetrabili, la foresta è ancora più alta e maestosa, ma il sottobosco meno fitto. Un percorso di selciato è visibile sul terreno, e gli elfi, pur evitando di percorrerlo direttamente, lasciano che Gandrell e Sylar lo calchino.
D’improvviso, la foresta intorno a loro si rivela diversa da quel che sembrava solo dieci metri prima. Fra le fronde degli alberi s’intravedono volti di elfo curiosi, e corde e pontili uniscono le chiome di alcuni altissimi latifoglie. Alla base di alcuni tronchi poderosi vi sono aperture, seminascoste fra le radici, e scale di pioli e di corda e funi intrecciate per raggiungere i soppalchi sopra di loro. Un villaggio arboreo di Elfi Verdi, una delle meraviglie nascoste più rare da osservare in tutto il Faerun! Druid’s Grove. Finalmente, l’hanno raggiunto.

Il villaggio, apprendono presto i nostri due, è stato fondato in epoche molto molto antiche da una conclave di druidi elfi e umani. Gli alberi più possenti sono stati mossi magicamente e plasmati a creare una specie di roccaforte di impenetrabile legno, e il villaggio, inizialmente solo un minuscolo insediameto tribale, è stato costuito sopra di essi. Col passare delle epoche, i druidi umani dell’enclave hanno abbandonato la via di Sylvanus per iniziare ad adorare culti oscuri. I druidi elfici li hanno cacciati e sconfitti ed hanno reclamato per se Druid’s Grove. Quegli stessi ettercap da cui sono stati attaccati a così breve distanza dal villaggio sono forse i lontanissimi discendenti di quei druidi, sconfitti, scacciati e maledetti, che cercano vendetta contro gli Elfi Verdi che li hanno allontanati.

Sylar e Gandrell sono stati trattati in maniera rude ma tutto sommato dignitosa. Gli elfi li hanno fatti attendere e riposare su di una piattaforma intermedia. Il ranger con cui hanno conferito è rimasto a breve distanza da loro a sorvegliarli. Hanno appreso che il suo nome è Feore. Ranulf era ancora vivo: è stato condotto via da alcuni elfi, e Gandrell e Sylar credono si stiano prendendo cura di lui. Gandrell spera sinceramente che quell’uomo coraggioso e sfortunato possa cavarsela.

“Quest’uomo di cui ti ho parlato, l’uomo che cerchiamo, Scarloc… si trova per caso qui? E’ passato di qui?” Chiede infine Gandrell rivolto a Feore, che li fissa con espressione incuriosita dietro una maschera di impassibile rudezza.
“E’ nato qui. Questa è la sua casa.”
“Si questo lo sappiamo già. Ma è passato di qui, di recente? In compagnia di una donna umana?”
“Perché lo cercate?”
“Cerchiamo quella donna. Noi non lo abbiamo mai neppure incontrato, Scarloc. Ma lei lo aveva assunto come guida e…”
“Sì. Sono passati di qui.”
“Ah! E quanto tempo fa accadeva questo? E dove si trovano adesso?”
“Scarloc si trova qui. La donna è partita due settimane fa ormai, in una notte di novilunio.”
“Partita… Per gli dei!”
Lo sconforto per un attimo si impossessa di Gandrell. Sembra che la loro ricerca sia destinata a non terminare mai. Ogni volta che si avvicinano ad afferrare Maristarre, lei sembra averli preceduti di pochissimo e torna a sfuggirgli.
“E dove si è diretta? Lo sai? Puoi dircelo?”
“Credo verso delle antiche rovine. Rovine maledette. Ma Scarloc potrà dirvelo lui stesso, di persona.”
“Potremmo dunque conferire con lui?”
“L’ho già mandato a chiamare…”

Scarloc non assomiglia affatto all’immagine che Gandrell e Sylar si erano fatti di lui.
Giovane, parrebbe giovane in effetti, ma prova in ogni modo a mascherare la sua vera età, con una folta balba scura e lunghi capelli scarmigliati. Più che un elfo, o mezzelfo, il suo aspetto ricorda molto quello di un barbaro Uthgardt del Grande Nord.
Di bassa statura, spalle larghe e profilo massiccio, braccia potenti e collo taurino. Gli occhi verde bosco e le orecchie appuntite sono l’unico segno che tradisce la sua metà elfica, insieme forse all’abbigliamento che predilige il verde scuro e i colori del cuoio. Come pure di cuoio borchiato è la corazza brigantina che indossa con disinvoltura. Dalla schiena, trattenuta con dei semplici legacci di cuoio, penzola un’enorme lama a due mani, troppo grande e rozza e pesante per esser chiamata “spada”. Sembra più una mannaia ad un solo filo, di metallo scuro, con entrambi i lati della lama ricoperti di rune e geroglifici misteriosi, e la lunga impugnatura senza guardia avvolta in crude corregge di cuoio. Non un’arma da ranger, da guida boschiva, ma da guerriero Uthgardt. E l’arco composto che incrocia questa pesante lama sembra anch’esso di fattura umana, di corno e legno di quercia come quelli usati dai cacciatori dell’estremo nord.

Lo sguardo e il cipiglio di Scarloc sono sospettosi e pericolosi, come quelli di una bestia selvatica, reclusiva e pronta ad attaccare se si sentisse minacciata. Scruta con diffidenza i due forestieri, soffermandosi a lungo tanto su Sylar il cui aspetto è certamente inquietante che su Gandrell, che pur essendo maggiormente amichevole nei modi da l’impressione di nascondere molte sorprese.

“Sei tu Scarloc il Giovane?” chiede Gandrell tendendogli la mano in segno di saluto.
Scarloc guarda la mano tesa ma non risponde al saluto.
“Sono io” sentenzia semplicemente.
“Io sono Gandrell Ghosthand e questo è il mio compagno d’arme, Sylar Corvus. Siamo giunti qui sulle tue tracce, seguendole dal villaggio di Jalanthar. Siamo in cerca della donna che accompagnavi, Lady Maristarre.”
“Non è più con me da tempo. E comunque perché la cercate?”
“Ci manda il suo mentore. Dove s’è recata, sai dircelo?”
“Ho cercato di scoprirlo. Averi dovuto accompagnarla ancora ad est, verso delle rovine ai confini della foresta, ma invece due settimane fa è scomparsa nei pressi di un cerchio di pietre in una radura, a due ore di cammino a sudest di qui.”
“Ho visto in sogno quel luogo grazie alla mia magia. Com’è accaduto che tu ne abbia perso le tracce lì?”
“Quando siamo arrivati a Druid’s Grove lei ha sentito parlare del cerchio di prete dal Druido Anziano del villaggio, Radje. Mi ha chiesto di accompagnarla lì. Io l’ho avvertita che quel luogo ha una fama sinistra. Sparizioni, malefici, spettri. Lei ha insisito. Era lei a dover decidere.”
“Dunque l’ho accompagnata laggiù e ho aspettato mentre ispezionava le pietre. Roba da maghi. Io nel frattempo ho trovato in giro lì intorno molte tracce. Tracce fresche. Tracce di drow. Le ho detto che era pericoloso restare. L’ho riportata qui al villaggio.”
“Ma la notte seguente, dopo la luna nuova, lei è scomparsa. All’alba ho seguito le sue tracce fino al cerchio di pietre. Lì le tracce si fermavano. Sembra come scomparsa fra quelle pietre. Radje dice che lì vi è una potente e antica maledizione. Probabilmente ne è caduta vittima. Non ho potuto far altro…”

Scarloc sembra sinceramente dispiaciuto e rassegnato.
Gandrell capisce subito che dietro la scorza dura nel petto del ragazzo batte un cuore forte e coraggioso, e un istinto di protezione forse nei confronti della giovane maga.

“Avevi promesso a te stessa di proteggerla, vero?”
“Se fossi stato con lei… Avrei potuto tentare… Invece è caduta vittima di Colui Che Cammina Nel Crepuscolo…”
“Di chi, o cosa, stiamo parlando?”
“Una storia che può raccontarti meglio di me Radje. Vuole incontrarvi.”
“Molto bene. Noi siamo pronti.”

Gandrell annuisce e tira un sospiro rivolgendosi a Sylar che annuisce impercettibilmente.
Il mistero si infittisce ulteriormente, sembra che la vicenda si complichi sempre più ogni volta che arrivano ad un’apparente soluzione. Non resta che conferire con il Druido Anziano.

Radje è l’elfo dall’aspetto più vetusto che i nostri abbiano mai potuto incontrare. Raramente, se non anzianissimi, gli elfi mostrano i segni della vecchiaia in maniera percettibile: spesso l’unico modo per capire che un elfo è centenario è fissare la luce saggia dei suoi occhi. Forse per gli Elfi Verdi non vale questa regola: più legati alle cose della Natura delle altre stirpi, essi invecchiano anche esteriormente oltre che aumentare di saggezza. Radje è magro ed emaciato, con lunghissimi capelli candidi intrecciati in treccine adornate di perle. Il petto nudo è coperto da mille disegni tribali e siede, impassibile, le gambe incrociate e le mani con le palme rivolte in alto in una posizione meditativa nel suo punto d’osservazione, una nicchia fra le fronde di una quercia maestosa.
Scarloc provvede a fare le dovute presentazioni.
“Saggio Radje, costoro sono i forestieri di cui avevi preavvisato l’arrivo…”
Gli occhi di Radje, forse ciechi, sono ridotti a due fessure e non danno segno di aver visualizzato i suoi interlocutori, né il suo volto cambia espressione. Solo la bocca si muove impercettibilmente e la voce roca e flebile parla in un elfico ben intellegibile.
“Li aspettavo. Venite avanti al mio cospetto.”

Sylar più riluttante, Gandrell più incuriosito, si seggono al fianco di Scarloc all’ombra delle fronde che stormiscono gentilmente.
“Ti porgo omaggio, saggio Druido” saluta Gandrell con deferenza non insincera.
“Siete voi che ho sognato. Voi siete coloro che sono venuti a liberarci dello spettro di Colui Che Cammina Nel Crepuscolo…”
“Chi è costui? Come vi minaccia? E perché dovremmo essere noi coloro che aspettavi?”
“Colui Che Cammina Nel Crepuscolo, il Duskwalker. E’ nato e morto e poi risorto alla non-morte infinite stagioni fa. Il suo spirito infesta ancora questi luoghi, un cerchio di pietre magiche nella foresta. Finora egli era stata solo una leggenda, uno spuracchio per i nostri piccoli, ma ora compare sempre più frequentemente nei sogni miei e di altri druidi. Sta preparandosi per il suo ritorno…”
“Dimora fra le pietre dici? Nel luogo ove è scomparsa la giovane forestiera?”
“Non so nulla della sorte della forestiera. So che quel luogo è maledetto e da tempo immemorabile evitato da tutti gli Elfi Verdi e dalle altre creature sagge della foresta.”
“Questo non inclue i drow…” sussurra con un sogghigno amaro Sylar, quasi impercettibile.
“Gli elfi scuri si recano spesso presso quelle pietre, forse per carpirne il segreto, forse attratti dal potere oscuro del Duskwalker”, soggiunge Radje, che evidentemente ha udito Sylar.
“E noi in che modo dovremmo incontrare e affrontare il Duskwalker? Quali informazioni sai darci su di lui ancora?” riprende Gandrell.
“Non so molto di più. Il suo potere aumenta giorno dopo giorno ed egli sta trovando il modo di tornare nel nostro mondo da quello delle Ombre dove è confinato. La risposta all’enigma si trova fra le antiche pietre.”
“Dunque è lì che dovremo recarci…” pensa ad alta voce Gandrell.
“Ed io vi accompagnerò…” Soggiunge Scarloc.
“Ci sarai utile, sì.”
“E’ una mia responsabilità. Avrei dovuto trattenerla…”
“Non saresti riuscito comunque…”
“Forse no. Ma qualcuno deve pur occuparsi del Duskwalker.”
Radje annuisce. Sylar scuote impercettibilmente il capo. Ci sarà tempo per mettere in chiaro le cose, pensa sogghignando.

L’indomani mattina alle primissime luci dell’alba, Sylar, Gandrell e Scarloc sono in cammino già nel folto della foresta.
Prima del primo sole, osservano, coperti dalle fronde, la radura delle pietre. Gandrell rabbrividisce per un attimo nel vedere con i propri occhi lo stesso luogo che gli è apparso in sogno. In un sogno funesto, peraltro.
Dapprima con estrema cautela, muovendosi circospetti mentre Gandrell osserva la zona da lontano, Sylar e Scarloc cercano intorno alla radura tracce recenti. Scarloc, con fiuto da cacciatore infallibile, trova le stesse tracce, ormai vecchie di settimane, lasciate dai drow. Ma sembra che da allora, o meglio da quando Maristarre è scomparsa in quel luogo, non sia giunto nessun altro là.
Appurato che la zona è sicura, Gandrell può finalmente uscire allo scoperto, per esaminare le emblematiche pietre ancestrali.
Un rapido sguardo e alcune semplici magie gli sono sufficienti per capire che l’enigma nascosto dalle pietre non è di facile soluzione. Così si volta verso i suoi compagni:
“Avrò bisogno di tempo. Ore, forse giorni.”
“Non perdiamone allora” sentenzia Sylar. “Staremo di guardia, tu fai quel che devi.”

E’ ormai quasi il crepuscolo.
Gandrell ha passato l’intera giornata a meditare, camminando fra le pietre, osservandone le fini incisioni e la disposizione, tracciando schemi ed appunti, lanciando magie di individuazione. Né Sylar né tantomeno Scarloc saprebbero dire cos’abbia fatto, né a quali conslusioni sia potuto approdare, non avendo egli proferito parola, e non avendo loro voluto disturbare il suo studio. La notte si avvicina però, e quel luogo presto sarà molto poco sicuro.
D’improvviso, Gandrell si volta verso il bosco, laddove i suoi compagni dovrebbero essere nascosti.
Sylar! Scarloc! Venite! Presto!” grida.
In un attimo i due sono al suo cospetto.
“Si sta facendo buio, mago…” inizia Scarloc.
“Già. Ma io ho capito come funziona qui.”
“In che senso?” chiede Sylar.
“In ogni senso. Conosco lo scopo di queste pietre. So come usarle per viaggiare.”
“Viaggiare?” Sylar è già preoccupato.
“Viaggiare magicamente. Questo è un portale. Un portale per un altro luogo, forse un altro mondo. Forse un’altra epoca…”
“Quale luogo? Quale mondo? Di che stai parlando Gandrell per la miseria!”
“Questo, non so dirlo. Ma so che chi ha costruito questo luogo, ha intessuto le pietre di una potente magia. Ma questa magia è allo stesso tempo anche ben nascosta, difficile da usare. Una magia antichissima, può essere attivata solo in certe particolari condizioni… solo al crepuscolo, per pochissimi minuti, e solo una volta per ciascuna luna…”
“Io non ho idea di dove questo portale ci potrebbe condurre. L’unica cosa che so, è che avremo la nostra occasione fra pochissimo, e se la sprechiamo potrebbe non ripresentarsi a breve. E poi, c’è un altro problema…”
“Il problema è che, di questo sono sicuro, il portale funziona in un solo senso. Ci garantirà un viaggio di sola andata.”

“Ma stai scherzando?” Sylar è più incredulo che fuorioso.
“Sono serissimo. E sicurissimo.”
“E noi dovremmo attraversare un portale magico che ci condurrebbe non sappiamo dove, non sappiamo QUANDO, e soprattutto siamo sicuri che non vi sia un modo per tornare indietro?…”
“Non ho detto questo. Ho detto che non è tramite lo stesso portale che torneremo…”
“Mi pare la stessa cosa. Cioè follia pura.”
“L’unica certezza, è che non esistono portali a senso unico…”
“Ma hai appena detto che questo lo è…”
“La magia che lo attiva lo fa funzionare in un solo senso. Ma deve essere possibile invertirne il funzionamento, in un modo o nell’altro.”
“E tu conosci questo modo?”
“No. Ma conto di poterlo scoprire. Forse.”
FORSE? E invece FORSE rimarremo bloccati non si sa dove per sempre! Mi spiace. Il rischio è troppo grande. Io non ci sto…”
“E’ l’unica via che abbiamo da percorrere purtroppo…”
“Ugualmente, non ci sto. Quando accettai di seguire le tracce di quella donna, ho fatto uno sforzo di buona volontà. Ma questo è un salto di fede troppo grosso, senza alcuna certezza. Anzi, con la quasi certezza che finiremo molto male…”
“E’ una tua scelta, temo…”

“Io verrò, se tu vai, mago…” interviene Scarloc. “La mia missione è questa. Se devo affrontare l’ignoto, l’affronterò.”
“Siete pazzi. Entrambi.” Sussurra Sylar fra i denti.

Proprio in quel momento, Gandrell si volta verso di lui. La sua espressione è divenuta stranamente inquisitiva e minacciosa. I suoi occhi non sono più del verde smeraldo cui Sylar è abituato, ma di un inquietante color porpora. La sua voce non è la sua, ma un altro tono, più basso e metallico.
“Cosa c’è? Hai paura forse? Un eroe non dovrebbe aver paura di rischiare, se la posta in gioco è alta…”
Sylar deglutisce, impietrito.
“Suvvia, cosa vuoi che sia? Un salto nel buio, un po’ di emozione. Un po’ di avventura. Non vorrai passare per un vigliacco?”
“Maledetto. E sia…”

“Cosa?” Gandrell è sbigottito e lo sta fissando come se non avesse inteso. Anche Scarloc è perplesso.
“Nulla. Non ho detto nulla. Ho detto: va bene.”
“Va… bene? Ma se fino a un istante fa…”
“Ho detto VA BENE. Andiamo. E niente domande. E che gli déi o chi per loro ci assistano…”
“Bene così allora. Niente domande. Abbiamo solo pochi minuti. Preparatevi…”

Il sole inizia ormai a scomparire all’orizzonte e gli alberi e le pietre proiettano sulla radura ombre sempre più scure e lunghe. Gandrell ha fatto radunare in cerchio al centro del circolo di pietre tutti quanti. Ciascuno ha controllato fino in fondo il proprio equipaggiamento: poche provviste, le armi, gli oggetti indispensabili. Sono tutti pronti per il viaggio… se pronti si può essere a un salto nel buio come l’attraversamento di un portale verso una destinazione ignota.
Ifine il sole scompare del tutto dietro le chiome degli alberi. Il cielo è in parte ancora rischiarato dalla luce rossastra del tramonto ad ovest, e sfumato verso il viola più scuro ad est, dove già s’intravedono le stelle a punteggiare la volta celeste. E’ quello il momento magico del crepuscolo, quei pochi brevi attimi in cui non è più giorno, ma non è ancora notte. Il momento in cui le ombre da diafane divengono solide e reali, per poi rapidamente svanire di nuovo nel buio della notte.
Le pietre circondano i nostri come silenziosi guardiani usciti da un’epoca antichissima. Nessun indizio sembra indicare loro che qualcosa stia accadendo…
D’improvviso però le piccole pietre cominciano a smuoversi a terra, come attirate verso l’alto da una forza gravitazionale sconosciuta. Sopra di loro, il cielo notturno comincia a girare vorticosamente, finché i punti brillanti delle stelle non divengono una spirale di luce. Le pietre sembrano schizzare d’improvviso verso l’alto, divenendo colonne altissime. O è il terreno che cade, sprofondando nel vuoto? Niente di tutto questo: una potentissima magia è in atto. In men che non si dica, Sylar, Gandrell e Scarloc non si trovano più sul suolo del Faerun, ma vengono risucchiati in un turbine spazio-temporale verso un luogo, e un tempo, a loro sconosciuti.

Il portale ha funzionato. Il viaggio continua.